Effetto Repubblica
Il Pdl si riprende la linea lasciata ai giornali-partito
“Noi abbiamo sempre criticato il centrosinistra, dicendo che la linea la faceva Repubblica, ebbene la nostra linea non possono farla il Giornale e Libero”. Gianni Alemanno, proprio mentre minacciava “pace vera oppure i finiani sono fuori dal centrodestra”, non poteva essere più chiaro sulle precondizioni di un appeasement: il Pdl deve fare politica, ha sostenuto sul Corsera, cioè fare tutti i passi per trovare un accordo, se è questo che interessa. Leggi Per Staiti meglio del Cav. e della “becerodestra” ci sono Fini e il Mago Zurlì
23 AGO 20

“Noi abbiamo sempre criticato il centrosinistra, dicendo che la linea la faceva Repubblica, ebbene la nostra linea non possono farla il Giornale e Libero”. Gianni Alemanno, proprio mentre minacciava “pace vera oppure i finiani sono fuori dal centrodestra”, non poteva essere più chiaro sulle precondizioni di un appeasement: il Pdl deve fare politica, ha sostenuto sul Corsera, cioè fare tutti i passi per trovare un accordo, se è questo che interessa. Posizione minoritaria forse, ma tra le parole di Umberto Bossi che non vede “elezioni a breve” e il sostegno del ministro Rotondi, il sindaco di Roma – che ieri ha visto gli altri colonnelli ex An – potrebbe aver colto in anticipo un umore che si va diffondendo nel partito: “Io da settimane mi rifiuto di rispondere al ping pong delle dichiarazioni sulle sparate di tizio o caio”, dice Maurizio Gasparri, che comunque continua a non essere tentato dai toni rosa: “A me dei giornali non me ne frega niente, io faccio politica e non alimento nessuna campagna, tanto è vero che martedì ci riuniremo per discutere le mozioni parlamentari sui cinque punti”.
A quelle scelte politiche, dice il capo dei senatori, devono ora corrispondere i voti alle Camere: “Quanto alle inchieste giornalistiche – è la conclusione velenosa – possono essere insistite o meno, ma dipende pure se uno dà risposte soddisfacenti o no”. Anche Sergio Pizzolante, deputato ex socialista vicino a Fabrizio Cicchitto, rimanda la palla nel campo di Fini, ma lui è per storia personale decisamente allergico alla politica giocata a colpi di inchieste a mezzo stampa: “Io sono certo che gli attacchi forsennati e prolungati a Fini – a cui io sono culturalmente contrario – da chiunque provengano e verso chiunque indirizzati sono destinati a spegnersi nel momento in cui il presidente della Camera dimostri di saper tornare lui alla politica sulle due questioni cruciali di questo periodo: respingere l’assalto giudiziario a Berlusconi e fare le riforme che servono al paese”. Il problema, spiega, è che “Fini sembra aver abbracciato la linea giustizialista dei suoi esordi missini”.
Non si può trattare una pace così difficile sotto i bombardamenti, ha sostenuto Alemanno, e Gabriele Albertini – che per un titolaccio di Repubblica un mese fa s’è ritrovato involontariamente finiano (e attaccato dal Giornale) – è d’accordo: “Ma vorrei ricordare che lo stesso Alemanno fu tra quanti votarono a favore del documento contro Fini che ha dato il via alle ostilità”. L’ex sindaco di Milano, oggi eurodeputato, è convinto che il presidente della Camera “non contesti affatto la leadership di Berlusconi”, sostiene semmai le buone ragioni del “dibattito interno” e della “selezione democratica del ceto dirigente”. Quanto a un accordo di legislatura, conclude Albertini, “è difficilissimo, ma per farlo serve la fine della gogna mediatica ai danni di Fini”.